Stefano Rodotà oggi scrive un bellissimo pezzo su Repubblica, fotografando il passaggio dal “sono (anche) quello che la gente dice che io sono” al “sono quel che Google (ma anche facebook, twitter ect) dice che sono”.
Rodotà tratta alcuni temi a lui cari, visto anche il suo trascorso come Garante della Privacy, in particolare riguardo alla disponibilità personale delle informazioni introdotte in rete e al rapporto identità/società dell’informazione.
Segnalo alcuni passaggi notevoli. Poi di sotto l’articolo intero
Come si può oggi rispondere all’antica domanda «Chi sono»? Fino a ieri, sia pure tra molte cautele, si poteva ben dire «io sono quello che dico di essere».
Ma siamo ormai entrati in un tempo in cui sempre più si dovrà ammettere «io sono quel che Google dice che io sono».
[...]L’identità “digitale” prende il sopravvento, rischia d’essere il solo tramite con il mondo, ponendo problemi prima impensabili.
Poiché la nostra esistenza sta diventando un flusso continuo di informazioni, un’infinità di rivoli che vanno nelle più diverse direzioni, non solo l’identità si conferma sempre mutevole, ma rischia di divenire completamente instabile, affidata com’è ad una molteplicità di soggetti, ciascuno dei quali costruisce, modifica, fa circolare immagini di identità altrui.
[...]Sta cambiando la natura stessa della società, che si trasforma in “società della registrazione”, dove per ragioni di sicurezza o interessi di mercato si determina una ininterrotta schedatura di tutto e di tutti. Accade così che tutti vivano in un universo dove brandelli dell’identità di ciascuno sono sparsi in banche dati diverse. Così l’identità diventa multipla; si articola attraverso il presentarsi sulla scena del mondo con una molteplicità non solo di pseudonimi, ma di rappresentazioni di sé; conosce gradi diversi di persistenza pubblica, che variano a seconda dell’intensità con la quale viene riconosciuto un “diritto all’oblio”, legato soprattutto alla possibilità di far scomparire dalla rete informazioni che ci riguardano.

