Qualche tempo fa avevo segnalato alcune riflessioni di Stefano Rodotà in merito al problema della privacy su internet e alla “legittima aspettativa di privacy”, concetto spiegato egregiamente da O’Hara.
Oggi leggo un post significativo sulle capacità degli adolescenti di fare un uso responsabile della propria privacy e di come Facebook con la sua “public by default” vada invece nella direzione opposta.
Personalmente sono convinto che la strada da seguire sia quella tracciata dallo stesso Rodotà quando parla di habeas data.
I cittadini mostrano di preoccuparsi assai del loro “corpo elettronico”, di una esistenza sempre più affidata alla dimensione astratta del trattamento elettronico delle loro informazioni. Le persone sono ormai conosciute da soggetti pubblici e privati quasi esclusivamente attraverso i dati che le riguardano, e che fanno di esse una entità disincarnata. Con enfasi riduzionista, per molti versi pericolosa, si dice che “noi siamo le nostre informazioni”. La nostra identità viene così affidata al modo in cui queste informazioni vengono trattate, collegate, fatte circolare.
Proprio da qui nascono le nuove esigenze di tutela. Si invoca da tempo un habeas data, indispensabile sviluppo di quell’habeas corpus dal quale si è storicamente sviluppata la libertà personale.
Ne parlano anche gli eretici digitali.